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È difficile sfuggire alla retorica degli anniversari, alla celebrazione o al ricordo personale.

Non ho parole, almeno quelle giuste. Non le ho trovate in dieci anni e forse non le troverò mai.

Perché è impossibile tenere salde le mani sulla tastiera mentre sovrapponi passione, politica e memoria.

Le parole, che nella tua mente erano così chiare, incespicano di fronte alla pagina bianca.

E allora provo a dirlo, così, senza pretesa di bellezza.

Io non dimentico. Il caldo, la tensione del viaggio, la notte insonne, l’ebbrezza di centinaia di migliaia di persone, tutte assieme, e poi l’odore acre dei lacrimogeni, perdersi per strade che non conosci, non trovare la mano che stringevi un attimo prima, le corse e l’affanno.

E il rumore degli elicotteri, fermi, a mezz’aria, a indicare il punto della prossima carica. Non dimentico la paura che ti fa misurare con un egoismo che devi controllare, la voglia di correre, scappare via, senza fermarti a raccogliere chi cade, senza aspettare chi rimane indietro.

Sentirsi nudo e allo stesso tempo lucido, come se a proteggerti dall’incubo che stai vivendo subentrasse la consapevolezza del sogno.

Sono dieci anni che porto dentro un nome che ho pudore a scrivere, come chiunque abbia attraversato l’esperienza di Genova, quello di Carlo Giuliani.

Un ragazzo, un compagno, come mille altri in quella piazza, figlio di una madre dignitosa e splendida.

Era un pensiero di molti, sicuro dei più esperti, «a Genova ci scappa il morto».

Ricordo ancora, con nettezza, il momento in cui l’ho sentita pronunciare per la prima volta, ricordo il luogo, la stanza, le persone.

Una modo di dire stupido. Un morto non scappa, rimane lì.

Sono gli altri che scappano, a cominciare da chi spara e a finire con chi era lì a dare ordini.

Tutti conosciamo la storia di questo paese, ma la morte di Carlo è stato come una lampo gelido che brucia i pensieri.

Credo che nessuno abbia mai smesso di pensare al rumore sordo del colpo di pistola, al grido disperato di chi l’ha visto cadere, al poliziotto che gridava «l’hai ucciso tu con il tuo sasso», mentre nascondeva la propria coscienza inseguendo un capro espiatorio.

È inutile dire che questo tempo, che sembra passato in un giorno solo, non è passato invano.

Siamo tutti più grandi, ma nessuno è diventato vecchio.

Ora so che in così tanto spazio ci stanno amori grandi e altri più piccoli, lavori mancati e desideri perduti, amici che non ricordi più nemmeno il nome e altri che ti sono per sempre sottopelle, momenti inutili e serate che pensi che basta una birra e un po’ di vento.

Ora so che Carlo è stato ucciso due volte. Per questo tempo bellissimo che gli hanno sottratto.

Per le bugie che, prima, hanno raccontato a caldo e quelle dopo, calcolate a sangue freddo (un sasso che ha deviato il proiettile).

Rivedo gli stessi volti del potere di ieri, a ricoprire oggi gli stessi ruoli, perché il sangue che hanno versato ha macchiato solo la vita degli altri.

E provo rabbia. Rivedo nuovi ragazze e ragazzi riempire le piazze, con lo stesso disperato orgoglio.

E la rabbia diventa rammarico. Perché solo dalla morte non si può tornare indietro, ma è sempre possibile un altro finale.

Noi siamo ancora qui, magari un po’ più stanchi, ma ancora qui.

E non dimentichiamo il sangue, l’ingiustizia, le ragioni delle nostre lotte.

Noi, che abbiamo messo nella partecipazione e nell’impegno politico la stessa passione che si pone in un amore, non dimentichiamo, né i volti dei colpevoli né il dolore che hanno causato.

Noi non dimentichiamo Carlo Giuliani. Perché chi ama non dimentica.

(Dario Stefano dell’Aquila)

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